Funzionare funziona, ma non va

Bisogna provarle tutte, se non altro per non avere successivamente dubbi o rimpianti; se si viene a sapere di un dispositivo, una terapia, una sperimentazione che hanno dato qualche risultato si va a verificare, naturalmente dopo aver filtrato le informazioni attraverso canali affidabili, ed eventualmente si prova.
Internet aiuta nello sfrondare la massa di notizie ma non offre garanzie sufficienti e allora cerco conferme presso la biblioteca del Centro Marani, all’Ospedale di Borgo Trento.

Tanti raccontano i prodigi dell’agopuntura e anche la letteratura conferma casi di riattivazione di funzioni motorie scomparse. Raccogliamo informazioni e contattiamo un neurologo di cui ci dicono un gran bene; si è formato in Cina e vi torna almeno una volta all’anno. Ci racconta di aver affrontato con successo un caso simile ma molto più leggero e non promette niente. Infila i suoi aghi nel braccio sinistro, sul collo, nella spalla, li fa vibrare leggermente e dopo qualche minuto invita Alessandra a cercare di aprire la mano. Il medio e l’anulare si distendono un po’, il braccio rattrappito si allontana di qualche centimetro dal corpo.
È emozionante, e anche commovente, ma un volta tolti gli aghi tutto torna come prima; riproviamo più volte, finché il medico ci dice dispiaciuto che dopo tutti i tentativi fatti se il movimento non si ripete in assenza degli spilloni è inutile continuare.

Ted ci suggerisce di provare per il braccio e la mano uno stimolatore che lui adotta per i suoi pazienti. Mi assicura di aver riscontrato diversi successi, ma nel contempo mi avverte che se dopo due-tre mesi di applicazioni giornaliere non si vedranno risultati vorrà dire che il danno non è rimediabile.
Ci mettiamo alla ricerca del Move ma in Italia non si trova, bisogna farlo arrivare dall’estero. Oggi questi apparecchi, tra l’altro più performanti grazie a nuove tecnologie, si acquistano dovunque con un centinaio di euro o poco più ma all’epoca occorreva sborsare più di tre milioni di lire.
Dovevamo provare, ma le risorse dopo l’acquisto e l’arredamento della casa si erano completamente prosciugate e l’unica soluzione era quella di provare a risparmiare fino a raggiungere la somma occorrente. Difficile, dopo aver smesso di lavorare, aver esaurite le liquidazioni e con pensioni poco più che modeste, oltre a dover provvedere a una figlia in quelle condizioni e a crescere i suoi due bambini.
Ma le cose accadono: gli amici del gruppo Cierre, con i quali avevamo collaborazioni di lavoro, non possono aiutarci con la loro presenza ma vogliono sostenerci nelle spese che la situazione ci impone: impiegati, grafici, stampatori, editori ed altri che con loro hanno contatti fanno una colletta e in poco tempo ci ritroviamo tra le mani la cifra per acquistare il Move.
Applichiamo lungo il braccio e sul dorso della mano gli elettrodi e facciamo andare il dispositivo aumentando la frequenza degli impulsi fino alla soglia che Ale riesce a sopportare. La mano si apre leggermente, il braccio si distende; tutto bene, ma quando si spegne torna la fissità come fosse un giocattolo con le batterie scariche. Insistiamo per un paio di mesi, poi rinunciamo.

Ma per poco, cioè fino a quando non ci imbattiamo in uno studio dell’Università della California che prende le mosse da un episodio illustrato in un precedente lavoro pubblicato dall’Università di Parma. Durante un colloquio un mutilato del braccio destro, seduto accanto a uno specchio alla sua sinistra vede riflesso il suo braccio mancante. In effetti è il sinistro ma il cervello lo percepisce come destro.
A San Diego il laboratorio di neuroscienze partendo da questa esperienza ha realizzato un dispositivo e condotto con successo degli studi su persone colpite da un ictus (da 6 mesi a 26 anni prima) che le aveva lasciate con un braccio paralizzato.
È la mirror therapy e ne realizziamo una versione casalinga: un ripiano orizzontale di legno con al centro uno verticale che sulla faccia destra ha uno specchio. Alessandra sta seduta al tavolo sul quale sta questa T capovolta: a destra, dalla parte dello specchio c’è il suo braccio destro; a sinistra, dall’altro lato del pannello verticale, sta il suo braccio sinistro paralizzato che lei non vede. Vede invece, guardando nello specchio, il suo destro.
Invitata a muovere la mano sana, aprirla e chiuderla, contare con le dita, e nello stesso tempo a guardarsi nello specchio, il suo cervello la percepisce come sinistra e infatti l’altra mano fa le stesse cose, in modo grezzo e stentato, ma le fa. Ma dura poco, all’improvviso entra in confusione, ha nausea e agitazione, non realizza dove si trova e cosa sta facendo.
Pensiamo che sia una reazione comprensibile, ma non è così; ripetiamo l’esperimento ancora alcune volte ma il risultato è lo stesso, fino a che è spaventata e si rifiuta in modo assoluto di ripeterlo.

Route 66 – Asleep At The Wheel

 

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