Niente sesso, siamo intesi?

Parafrasare il titolo della commedia di Anthony Marriot e Alistair Foot aiuta a capire rapidamente la visione, purtroppo largamente condivisa e che dura da troppo tempo, del rapporto delle persone disabili con la sessualità.

Non se ne deve parlare, e nemmeno pensarci. Non è il caso, è già tutto così complicato. Ormai è andata così, c’è altro a cui pensare. Un figlio? Ma siamo pazzi? E via così, tenendosi lontani perfino dal tentativo di capire, esplorare, chiedere aiuto e consiglio, facilitati dalla scabrosità ipocrita dell’argomento.
E tutti accomunati nel favorire il silenzio: familiari, compagni, sanitari, riabilitatori, educatori, operatori sociali; perfino i disabili, imprigionati nella difficoltà ad esprimere un bisogno che continuamente preme sulla loro condizione.
Però bisogna ammettere che in questo panorama poco incoraggiante qualcosa si muove; perfino Giovanni Paolo II ha affermato che la persona disabile ha bisogno di amare e di essere amata, di tenerezza, di vicinanza e di intimità.
Ci sono per fortuna (benché ancora pochi) studi, iniziative locali, aiuti offerti da qualche Comune o istituzione, ma è tempo di prendere atto in modo completo e convinto del diritto delle persone disabili all’affettività e alle emozioni anche fisiche.
Finché questo non avverrà resterà uno dei tanti – troppi – diritti negati.

I have a dream – Abba

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