Prima di muoversi tra queste pagine

Questo non è un romanzo, e nemmeno un diario.
E mai avrei pensato di doverlo scrivere.
Ma della vita controlliamo poco, tutto il resto sta in agguato e prima o poi ti salta addosso. E così una ragazza nel suo momento più felice si ritrova non più padrona del suo corpo, spostata con violenza dalla strada che aveva disegnato per sé su un sentiero sconosciuto, buio e impervio, pieno di insidie, sempre in salita.
E nella disabilità si ritrovano con lei i familiari, gli amici, persone sconosciute comparse dal niente per dare una mano, insieme per vincere una scommessa contro una sentenza emessa troppo presto, forse solo per precauzione ma che mette angoscia: stazionaria.
È la risposta che a lungo è stata data a ogni domanda sulle sue condizioni, una parola oscura mentre tutti vedevamo fiammelle, magari poche ma incoraggianti e da tenere delicatamente in vita.
S’andava per pochi minuti, coperti di plastiche, a vedere come stava. A spiare se c’era qualche reazione, magari una lacrima; s’andava a raccontarle della bambina che lei aveva messo al mondo sei giorni prima di sprofondare nel coma; o di Skipper, il nostro collie. E a volte qualcosa succedeva: stringeva forte il ciuccio della figlia che le mettevamo in mano o cercava di sollevare la testa al suono dell’abbaiare registrato.
Il giorno prima questo non lo faceva.
Poi parlavi con i medici, nella certezza che potessero dare a questo, con la loro scienza, un senso più ampio alle nostre piccole speranze. E loro, sempre in due come i carabinieri, non avevano che una risposta: stazionaria. Ogni giorno.

Sono passati più di venti anni da quei lunghissimi giorni di settembre del 1998.
Abbiamo tutti riallineato le nostre vite, le riorganizziamo in continuazione per affrontare le nuove realtà che si presentano, facciamo cose diverse da allora, altre persone si sono aggiunte ai già tanti amici, abbiamo scoperto nuovi interessi e occupazioni. Insomma, vite nuove.
Ma il ricordo non ci abbandona: quello drammatico e tragico delle prime ore e dei giorni successivi, quello sorridente dei primi miglioramenti, quello dei giorni di luce e delle tempeste improvvise.
È un appuntamento quotidiano, che non salta mai, perché ogni giorno ti impone di non dimenticare la condizione in cui la vita ha scaraventato tua figlia e tutti noi. E se non tutto si può conservare, almeno va lasciata traccia di emozioni, momenti, riflessioni; per chi in vario modo è entrato in questa storia ma anche per dare fiducia e speranze a chi dovesse affrontare lo stesso viaggio. E così mi sono deciso a raccogliere alcuni tra i ricordi di vent’anni delle vicende di una ragazza, della sua famiglia, dei loro amici, dei medici e operatori che l’hanno curata.
Questi anni mi hanno permesso di conoscere tante persone alle quali per qualche accidente o patologia è toccata la stessa sorte: storie di sofferenze, azzeramenti di vite, ripartenze infinite e dolorose e con poche speranze, orizzonti ristretti e grigi, prospettive di abbandoni e solitudini.
Con qualcuno la sorte si è accanita una volta di più, ma in tanti ce l’hanno fatta, strappando passi incerti e cadute, recuperando parole e movimenti, scampoli di vita che altri butterebbero via come niente: è gente in movimento, altro che stazionaria. È questa società che li circonda e che dovrebbe aiutarli che è ferma, anzi sta scivolando indietro.

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